Successo e fragilità della Corona inglese

Successo e fragilità della Corona inglese

di Tim Parks

«Per tutta la durata della guerra, il re e la regina sono rimasti a Londra». Questa è l’unica frase che mia madre pronunciò in merito alla famiglia reale durante la mia infanzia. O l’unica che io ricordi. Ma forse dovrei dire “pronunciava”, dato che l’avrà detta infinite volte. Naturalmente ogni anno spendeva una parola sul discorso natalizio della regina Elisabetta, salita al trono nel 1952, due anni prima della mia nascita; e di certo avrà fatto qualche osservazione sul comportamento dei suoi figli e sulle gaffe di suo marito, l’ineffabile principe di Edimburgo. Ma l’unica cosa che diceva con passione, anzi con rabbia se qualcuno di noi figli azzardava qualche critica ai reali, era questa: «Sono rimasti al loro posto, a Buckingham Palace, per tutta la durata del blitz». Mia madre, dovrei precisare, durante il conflitto aveva lavorato nel centro di Londra, decodificando i messaggi provenienti dalle navi da guerra. La sera tornava in periferia, spesso sotto le bombe.

Non era quindi un atto di astuzia politica a legare mia madre alla famiglia reale. Un atto di generosità economica o sociale. Una lungimiranza strategica. Né tantomeno i bei vestiti o le belle maniere, e neppure la loro fede cristiana. Era il semplice fatto che questa famiglia immensamente privilegiata fosse rimasta, per come la vedeva lei, solidale durante gli anni dell’orrore.

Adolescente scettico, devoto alla lucidità e alla ragion pura, io non capivo. A che giovava veramente a mia madre che quelli fossero rimasti a Buckingham Palace, dove godevano senz’altro di bunker ben più solidi di quello nel giardino di mio nonno a Chiswick? Per me i reali erano ridicoli. Andavo a scuola vicino a Victoria Station. All’ora di pranzo passavo regolarmente davanti a Buckingham Palace per andare a St James’s Park. C’era la solita orda di turisti che guardavano i soldati oltre la ringhiera. Sembravano dei giocattolini, con la giacca scarlatta e il colbacco alto, per non parlare dei movimenti a scatto di quando si scambiavano di posto, maneggiando il fucile con la baionetta. A cosa potrebbe mai servire una baionetta contro un’arma moderna? Mio nonno, da giovane, aveva fatto la guardia a Buckingham Palace. C’era una fotografia in casa sua, una casa che fu miracolata quando una bomba bucò il tetto e finì in cantina senza esplodere. La regina, il palazzo, l’intera famiglia reale mi sembravano roba vecchia e stantia come la casa del nonno. Ci voleva, credevo io, una repubblica.

Nel 1981, appena prima di trasferirmi in Italia con la mia moglie italiana, abbiamo assistito alla festa per le nozze del principe Carlo e Lady Diana a Hyde Park. Volevamo vedere i fuochi d’artificio, che effettivamente erano stupendi. C’era una folla immane. Ma perché, mi chiedevo, dobbiamo aspettare che questa gente si accoppi per avere una bella festa?

È stata l’Italia a farmi cambiare idea. Più precisamente sono stati i tanti presidenti che ho avuto occasione di osservare all’opera: Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella. Tutti questi uomini, prima di essere eletti presidenti, sono stati per lungo tempo impegnati in un modo o nell’altro nella vita pubblica del Paese. Sono uomini di potere di lungo corso conosciuti dai più. Hanno preso posizione, a destra o a sinistra. Sono stati eletti anche per questo. Così, inevitabilmente, polarizzano la gente intorno alle stesse divisioni della politica quotidiana. Frustrati per i loro poteri marginali quanto orgogliosi del riconoscimento loro concesso, si muovono in una zona ambigua: talvolta ingerenti, il più delle volte curialmente prevedibili, al massimo riescono a sedare gli spiriti, a dare l’impressione che al cuore dello Stato ci sia un decoroso vecchietto.

L’alternativa in ambito repubblicano è la presidenza esecutiva, il capo di Stato eletto direttamente dal popolo e immensamente potente. Com’è ovvio, questo assetto è ancora più polarizzante che non la presidenza soft degli italiani. Quanti americani oggigiorno non solo faticano a sentirsi rappresentati da Trump, ma addirittura lo aborriscono? Peggio ancora, a livello istituzionale, il presidente esecutivo non può non sembrare, ma anche sentirsi, un re dei vecchi tempi, un uomo solo (è quasi sempre un uomo) su cui si concentra il potere, un uomo, poi, che non deve presentarsi giornalmente in Parlamento tra i suoi pari. Sono in tanti ad aver osservato gli atteggiamenti sempre più regali di Macron. Così, inevitabilmente, si mette in atto la stessa aspra lotta tra re/presidente e Parlamento che caratterizzò l’Inghilterra del primo Seicento o il Piemonte del primo Ottocento. Vedere il Congresso americano che si rifiuta di votare la legge finanziaria del presidente è diventata ormai una routine.

D’un tratto, allora, intorno ai quarant’anni, la soluzione britannica, fortunosa piuttosto che pianificata, frutto di un’evoluzione lunga quanto tormentosa – questa divisione totale tra capo di stato ereditario e meramente rappresentativo, ed esecutivo eletto e parlamentare – cominciò a sembrarmi una realtà invidiabile. Magari, pensai, Vittorio Emanuele III fosse rimasto al suo posto a Roma in quel settembre del ’43...

Ma proprio al momento di questa mia conversione, la famiglia reale britannica cominciò a mostrare tutta la sua debolezza. Nel ’92 la principessa Anna divorziò. Nel ’96 sia il principe Carlo sia il principe Andrea fecero altrettanto. Cominciò a emergere ogni tipo di dettaglio imbarazzante sulla loro vita privata. L’amata principessa Diana ruppe con la tradizione e confidò le sue recriminazioni alla stampa. I giornali ottennero e pubblicarono i messaggini di Carlo alla sua vecchia fiamma Camilla. Voleva starle vicino come «il tuo assorbente». Nel ’97 la morte di Diana, perseguitata e inseguita dalla stampa, gettò la famiglia reale, apparentemente fredda e indifferente, in una luce estremamente negativa.

Qui non si trattava più del buon sovrano che condivide le sofferenze del suo popolo. Erano un branco di viziati e sciagurati. Molti pensavano che la monarchia stesse sprofondando in una decadenza fatale. Eppure era proprio nel suo uso dell’espressione annus horribilis per descrivere gli eventi del ’92, nella candida ammissione di un immenso sconforto, che Elisabetta dimostrò come anche l’imbarazzo e la sciagura possono servire alla causa monarchica.

Torniamo indietro. Fu re Giorgio III, nel Settecento, a percepire la necessità di cambiare il ruolo della monarchia. Con il potere effettivo sempre più in mano al Parlamento, il re mirava a un ruolo più cerimoniale e patriottico, celebrando la domesticità e la rettitudine come qualità squisitamente britanniche. Sua moglie Carlotta contribuì alla causa, partorendo quindici figli e diventando la prima regina britannica a essere amata a livello nazionale come madre straordinaria.

Era una strategia seducente, ma rendeva la famiglia reale prigioniera di una narrativa che chiunque stenterebbe a sostenere. E voleva dire essere sottoposti all’attenzione costante della stampa. Già il figlio di Giorgio, Guglielmo IV, ebbe un pessimo rapporto con la moglie Carolina, che nel 1820 tentò di far processare per adulterio, “delitto” che avrebbe potuto costarle la pena capitale. Ma il risultato, grazie alla stampa, fu di coinvolgere così intensamente la gente, e in special modo le donne, nel dramma domestico che alla fine Guglielmo dovette lasciar perdere a furor di popolo. La famiglia reale ormai era percepita come qualcosa di posseduto dalla nazione.

E anche femminilizzato. Puoi escludere le donne dalla politica che conta, ma difficilmente le escluderai da una famiglia. Nel 1817, la principessa Carlotta era, incredibilmente, l’unica erede legittima dei sette figli maschi di Giorgio III (di figli illegittimi ce n’erano a bizzeffe) quando morì di parto a soli 21 anni. «Era davvero», disse un deputato in Parlamento, parlando della straordinaria manifestazione di lutto nazionale, «come se ogni famiglia del regno avesse perso la sua figlia prediletta». Il monumento funebre a Carlotta, dove la giovane donna risorge mentre un angelo le tiene la bambina morta durante il parto, richiama proprio quel tipo di emotività che si trova nel mondo cattolico nelle rappresentazioni della Madonna. Così i reali destarono un pathos quasi religioso, fenomeno che si sarebbe ripetuto due secoli dopo con la morte della principessa Diana.

Seguì, nel primo Ottocento, una corsa grottesca (ma molto più interessante di una corsa presidenziale) dei figli superstiti di Giorgio III per sposarsi e fare un figlio per primi. Vinse Edoardo Augusto, che si sposò nel 1818, fece nascere Vittoria nel 1819 e morì nel 1820. La faccenda fu resa ancora più intrigante dalle voci che ritenevano il vero padre di Vittoria il soldato irlandese Sir John Conroy. Vittoria, che sopravvisse a otto tentativi di assassinio, avrebbe rafforzato la strategia di Giorgio III creando intorno alla monarchia un’aura di dovere, sacrificio e servizio. Ma sarebbe stato di nuovo un fatto personale, il lutto per la morte del marito, a renderla enormemente popolare. E la sua longevità, virtù indispensabile in un monarca.

Questo processo per cui la vita dei reali divenne una soap opera – processo sancito e completato con la serie televisiva The Crown – scisse definitivamente il sentimento di appartenenza dai dettami del potere. Si litiga e si vota per il politico, ma ci si affascina alla vita della famiglia reale, la nostra famiglia, non importa se scandalosa o scabrosa: il principe Andrea con la diciassettenne “trafficata”; il principe Harry che disobbedisce alla nonna e abbandona il suo posto insieme alla moglie americana. La disapprovazione può legare quanto l’affetto. Purché un membro della famiglia rimanga fedele ai suoi doveri di sovrano. Con tutti i figli che i reali britannici vanno generando, sembra improbabile che non ce ne sia almeno uno disposto a imboccare quella strada.

Eppure una certa fragilità c’è. Non puoi inventarti una famiglia reale. Ci dev’essere un mistero dinastico e premoderno che si addensa intorno a queste figure. Devono sembrare simultaneamente come noi, ma magicamente appartate, quasi si muovessero in un’atmosfera fiabesca. Così è importante che la stirpe, questa stirpe, non si estingua, che i membri non disertino tutti, magari per sfuggire l’eccessivo accanimento della stampa. Di nuovo, proprio questa necessità di curare e proteggere la famiglia reale, come si cura una pianta delicata, aumenta l’interesse collettivo e il senso di investimento nazionale.

Notiamo, in chiusura, che, nonostante tutta la stizza e l’incomprensione con cui ha reagito alla decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione Europea, la stampa italiana continua imperterrita a seguire quotidianamente le vicende della famiglia reale britannica, molto di più, in effetti, di quanto non parli dei potenti commissari di Bruxelles. La nostalgia per una propria famiglia reale è evidente. E forse sarà proprio un popolo che vanta un re o una regina, fermi al loro posto nei momenti più bui, ad avere abbastanza fiducia in sé per sognare un destino tutto suo.

Tim Parks

Tim Parks è uno scrittore e giornalista inglese naturalizzato italiano.

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Successo e fragilità della Corona inglese
Autore: Tim Parks
Formato: Articolo
Tutto cominciò con Giorgio III, nel Settecento, che mutò il volto della monarchia britannica, non più espressione del potere ma con un ruolo più cerimoniale e patriottico. Un sentimento d’appartenenza che va oltre gli scandali e sancito dal boom di The Crown.
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