The Chair, tra senso e non-senso

"The Chair", e il destino delle università

09.10.2021
di Roberto Righetto

Sarà la crisi di produzione dovuta alla pandemia, o un più generale calo di creatività di autori e sceneggiatori, ma viene da chiedersi se la mirabolante stagione delle serie tv stia per finire. L’affermarsi di nuovi deludenti trend fra horror e soprannaturale per accalappiare il pubblico dei giovanissimi, il riproporsi di programmazioni realizzate in Scandinavia e Islanda con gialli e polizieschi tutti un po’ uguali, il flop di alcune serie acclamate come La casa di carta, che dopo il successo della prima stagione si è smarrita completamente trascinandosi inutilmente – come ha ben rilevato sul Corsera Aldo Grasso – o Nove perfetti sconosciuti con un’impalpabile Nicole Kidman e la sua psicologia da quattro soldi: ce n’è abbastanza per rimpiangere le prime produzioni, dall’antica I Soprano a Breaking Bad sino agli affondi nel mondo dello spionaggio, dell’attualità e della fantapolitica di Homeland, The Americans, Le bureau e Il racconto dell’ancella. Senza dimenticare altre tipologie come Mad men o lo stupefacente Game of Thrones. Sarebbe però ridicolo mettersi a fare graduatorie che dipendono certamente anche dai gusti personali. Resta piuttosto la domanda: le serie tv sono un fenomeno declinante e quale genere letterario eventualmente verrà dopo?

Lasciamo ai critici la risposta e parliamo di un’altra serie di Netflix acclamata ultimamente, The chair, con protagonista la nota attrice Sandra Ho che diventa la prima direttrice donna del dipartimento di letteratura inglese di una grande università americana, trovandosi a combattere tra il vecchio establishment e i docenti più giovani, sostenuti dagli studenti, che chiedono ulteriori cambiamenti. In realtà la dinamica della serie non è molto coinvolgente, ma la sua visione è utile per capire il mutamento in atto nel mondo universitario degli States, dove la cancel culture e gli studi di genere ormai la fanno da padroni. Non si tratta certo di accettare le discriminazioni etniche e religiose che ancora sono ben presenti particolarmente in Usa, ma il politicamente corretto imperante che ha portato ad esempio alcuni atenei a cancellare l’insegnamento di greco e latino e a ridimensionare l’apporto della cultura e della letteratura europea è veramente insopportabile e ci auguriamo che questo non sia il destino delle nostre università.

BUTTARE AL MACERO LA NOSTRA EREDITÀ?

In questo caso infatti la lotta non è affatto tra conservatori e innovatori, come ha sostenuto Francesca Coin su Internazionale, ma fra senso e non senso, fra equilibrio e follia. Buttare al macero Chaucer, Melville ed Eliot per introdurre nuovi autori più sensibili a eguaglianza fra i sessi e antirazzismo, come chiedono i giovani qui rappresentati, significa accettare lo svilimento della cultura. Il processo che viene imbastito nei confronti di un docente perché durante una lezione fa il saluto nazista per farsene beffe e viene preso sul serio dà l’idea del ridicolo cui questo trend può condurre. Guardiamo al caso della scrittrice Flannery O’Connor, una delle voci più alte della letteratura americana, che ha subito di recente un processo per razzismo… Come se la vita e l’opera di un autore non debba essere contestualizzata.

Chi scrive ha sempre condiviso l’approccio critico che vede appunto vita ed opera di un autore sempre intrecciate. Ricordo la lettura di un saggio impressionante di Paul Johnson, Gli intellettuali, che descrive la miseria umana di figure come Rousseau e Marx, Sartre e Fassbinder, Hemingway e Norman Mailer… Ma per quanto la vita di tali personaggi sia piena di ombre e misfatti, il valore della loro opera letteraria resta intatto. Si pensi al filonazista Heidegger, che resta comunque – assieme a Wittgenstein a parer mio - il più grande filosofo del ‘900. Ben venga perciò una politica che dia sempre più spazio alle donne e alle minoranze, nonché allo studio di autori provenienti da Asia ed Africa, ma che ciò vada discapito della nostra eredità giudaico-cristiana è un esempio della bêtise dilagante e soprattutto un grave errore, storico e culturale.

Roberto Righetto

Roberto Righetto ha diretto le pagine culturali di “Avvenire” dal 1988 al 2016. Attualmente è coordinatore della rivista “Vita e Pensiero”. Fra gli ultìmi suoi libri, entrambi del 2020, "Parole oltre. I libri che i cattolici devono leggere" (Edizioni dell’Asino) e "Venti maestri del secolo breve" (Jaca Book).

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