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TUTTI FELICEMENTE IN CRISI

18.04.2020
di Paolo Di Stefano

C’è spesso un velo di ipocrisia quando si parla di librerie. E sono d’accordo con Paola Di Giampaolo: la contrapposizione “piccole librerie baluardo della cultura” vs “librerie online incolte e potenti” è decisamente fuorviante. Ho cercato di recente le Lettere tra Gianfranco Contini e Aldo Capitini, pubblicate dalle Edizioni del Galluzzo, e mi sono rivolto a Ibs ricevendo il volume a casa nel giro di pochi giorni. Non mi pare che si tratti di una libreria “incolta”.

Incolte semmai sono le catene che non ti procurano lo stesso titolo nemmeno dietro ordinazione. Non è un mistero che i Millenni Einaudi - persino la bellissima Astrologica di Aby Warburg, fresca di stampa - sono pressoché introvabili in libreria. Paradossalmente, se è possibile avere dei libri di quella qualità culturale è grazie all’e-commerce. Semmai i grandi network come Amazon vanno demonizzati non per quel che forniscono ma per i sistemi di lavoro che impongono ai loro dipendenti, per i privilegi fiscali di cui godono, per la politica degli sconti…

Naturalmente non potranno mai offrire quel che offre una libreria indipendente vecchio stile: il dialogo con il libraio, il contatto diretto con il libro (la possibilità di… annusarlo), il calendario di presentazioni con gli autori, l’interazione con le scuole, i corsi di lettura eccetera. La libreria come punto di confronto culturale e di incontro sociale non è sostituibile, a meno di ritenere sostituibile il rapporto umano. Se fossi un libraio indipendente, seguirei l’esempio della libreria Marco Polo di Venezia, puntando sulle centinaia di titoli di alta e altissima qualità (e, perché no, di altrettanto alta leggibilità) banditi dalle catene e invisibili nell’area e-commerce: consigliare conoscendo bene i miei clienti, avendo con loro una consuetudine territoriale diretta, così come il droghiere o il pasticciere all’angolo della mia strada hanno con me una relazione quotidiana fatta di fiducia e di reciproca simpatia. È così difficile?

Nell’età dell’indistinto, bisogna cercare di distinguersi: e così si spiega la crisi delle librerie di catena, tutte autolesionisticamente uguali e orientate sul bestseller. Il rimprovero che muovo ai giornali è analogo. Questo adeguarsi all’indistinto: le classifiche ormai si estendono su due o tre pagine fittissime di titoli. Pagine buttate al vento, che promuovono il già (auto)promosso senza alcun intento critico. Il mediocre o buon prodotto commerciale è parificato al capolavoro: niente giudizi di valore autentici. Le recensioni si somigliano, tutte prive di autorità, simili a quarte di copertina e a soffietti editoriali, con il profumo delle trame e poco altro. Raramente il tentativo di prendersi responsabilità e non dico di educare ma almeno di orientare il lettore: dire questo è buono e quest’altro fa letteralmente schifo. La stroncatura è morta, purtroppo. C’è una complicità, un brodo comune, insapore, che nuoce a tutti: agli editori, agli autori, ai lettori e ai giornali stessi. Giornali di catena, librerie di catena, per lettori di catena: tutti felicemente in crisi.

Paolo Di Stefano

Paolo Di Stefano (Avola, 1956) è uno scrittore, giornalista e accademico italiano

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