Un futuro meno tetro è possibile?

Un futuro meno tetro è possibile?

02.12.2023

di Riccardo Redaelli

I corpi dei bambini uccisi non hanno bandiera. Sono una sconfitta per tutti, quale sia la loro nazionalità o appartenenza religiosa. E sarebbe osceno fare differenze. Ma le migliaia di piccoli uccisi – molti nel brutale, inumano attacco voluto da Hamas il 7 ottobre scorso, moltissimi nella terribile risposta di Israele, qualcuno infine, come il piccolo Kfir, l’ostaggio più piccolo rapito dai terroristi palestinesi, ucciso sembra dalle bombe del suo stesso Paese – testimoniano come le leadership di entrambi gli schieramenti abbiano sempre scelto la violenza e la prova di forza rispetto alla via delle trattative e del tentare una convivenza fra i due popoli.

Sui motivi che hanno spinto Hamas ad attuare la carneficina del 7 ottobre scorso sono stati versati fiumi di inchiostro: sappiamo che vi sono state motivazioni locali, regionali, internazionali. È servita a Hamas per rilanciare la questione palestinese, che tanto Israele quanto le monarchie arabe del Golfo si erano illuse di poter ignorare mentre firmavano i tanto decantati, ma tanto fragili Accordi di Abramo. È servita per umiliare definitivamente la debole e corrotta Autorità nazionale palestinese, il cui declino di popolarità e irrilevanza cresce a ogni nuovo morto palestinese sotto le bombe israeliane. È servita all’Iran, che sostiene Hamas, per scompaginare l’alleanza regionale che lo voleva isolare e marginalizzare.

Ma il clamoroso fallimento della sicurezza nel sud di Israele – finora considerata inscalfibile – ci racconta anche di come la deriva ideologica e fanatizzante dell’ultradestra al potere nello stato ebraico abbia lacerato e indebolito quel Paese. Sono evidenti le responsabilità di Bibi Netanyahu – un politico populista e privo di scrupoli – che ha dato spazio, troppo spazio, nel governo a esponenti del cosiddetto “partito dei coloni”, personaggi come il ministro della sicurezza Itamar Ben-Gvir e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, dichiaratamente razzisti e xenofobi. Da qui le scelte di spostare il grosso delle forze di sicurezza in Cisgiordania, sguarnendo la frontiera di Gaza; fatto ancor più rilevante, il governo di ultradestra ha spinto Israele in una contrapposizione interna lacerante, testimoniata dai mesi di oceaniche manifestazioni contro il governo. E il crollo dei consensi ai partiti di governo rilevato da tutti i sondaggi ci dice come il popolo israeliano li consideri corresponsabili del disastro.

Eppure, proprio la gravità estrema della situazione e il terribile conto dei morti, ormai a decine di migliaia, ha spinto parte della comunità internazionale a cercare di frenare le fazioni più estreme di entrambi gli schieramenti. Washington, dopo anni di negligente distacco, si è riproposta come attore determinato a circoscrivere il conflitto: da un lato, garantisce sostegno economico e militare al governo di Tel Aviv; dall’altro lato ha imposto a Netanyahu di limitare in qualche modo i bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile e soprattutto di accettare una tregua d’armi. L’ambiguo Qatar, che da anni sostiene e finanzia Hamas, è stato altrettanto decisivo nel forzare quel movimento allo scambio di prigionieri per permettere l’arrivo di aiuti umanitari. Queste pressioni internazionali non a caso hanno dato visibilità e importanza in Israele a Benjamin “Benny” Gantz, ex generale a capo dell’opposizione centrista, entrato nel gabinetto di guerra, il quale sembra essere l’interlocutore più affidabile e più razionale oggi nel paese. E a cui si rivolgono sempre più spesso gli inviati del presidente Biden.

La tregua non sembra purtroppo essere servita a rilanciare l’azione dell’Autorità nazionale palestinese. Il declino, anche fisico, del presidente Abu Mazen ne simboleggia la sclerotizzazione e debolezza. A tutto vantaggio dello spietato cinismo di Hamas, che continua a illudere i palestinesi sul fatto che, tramite la violenza, otterranno dei risultati. È storicamente vero il contrario: proprio le violenze palestinesi hanno favorito la penetrazione dei coloni in Cisgiordania e la strisciante, mai dichiarata, “annessione” di fatto di parte di quei territori.

Eppure, per quanto non vi siano grandi margini alla speranza in Terra Santa, proprio il lugubre conto dei morti e le immagini strazianti dei tanti bambini uccisi in queste settimane, deve spingere la comunità internazionale e tutti noi ad agire – ognuno nel proprio ambito – per spingere alla moderazione e alla ricerca di un futuro meno tetro. Come scriveva Papa Francesco nella sua “Fratelli tutti”, dobbiamo tutti noi essere “artigiani della pace”. Crederci e impegnarsi per non lasciare campo agli estremisti e ai violenti di entrambi gli schieramenti.

Riccardo Redaelli

Riccardo Redaelli è professore ordinario di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Presso lo stesso Ateneo dirige il Centro di Ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo Allargato (CRiSSMA) e il Master in Middle Eastern Studies dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali). Autore di numerosi articoli su riviste specializzate e di contributi a volumi miscellanei.

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