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UN NATALE LARGO...

19.12.2020
di Stella Morra

“Il mondo è fatto così: se non lo allarghi, si stringe” (Franco Arminio, La cura dello sguardo. Nuova farmacia poetica, Bompiani, 2020, p. 18): bruciante, secca, immaginifica, come ogni espressione poetica, sarà questa frase il mio faro guida per questo strano Natale che ci attende e che attendiamo.

Non so, e non sono certo in grado di insegnare ad altri, come sarà questo Natale o tantomeno come dovrebbe essere. Se c’è una cosa che questi mesi di pandemia mi hanno costretto a considerare è esattamente aver perso il diritto di sapere qualcosa di certo (e, vi assicuro, non è una bella esperienza per chi fa l’intellettuale e la docente!).

Ma mi pare che rischio (e forse rischiamo tutti) di sentirci stretti e costretti: dalle regole della legge e del vivere comune, necessarie per carità, dalle paure, nostre e altrui, da una ragionevole/eccessiva/paranoica prudenza, dallo spezzarsi dei gesti consueti dell’incontrarsi, abbracciarsi, baciarsi, scambiarsi doni, mangiare insieme (e magari litigare… succede sempre nelle feste…). Stretti nella testa e nel cuore, nelle nostre case, nella compagnia di coloro con cui già viviamo sempre, nell’interruzione della frase sempre ripetuta “Prima di Natale, dobbiamo vederci…”.

Perché il mondo, il nostro mondo interiore e anche quello esteriore, è fatto così: non basta stare fermi o ripetere i gesti e le parole di sempre, e la ritualità sociale natalizia, o quella vacanziera, o quella pasquale, o quella… qualsiasi!, sono un inganno e una menzogna se non avevano (anche prima della pandemia) in sé una positiva volontà di allargamento.

Ed era vero, e anche bello: avevamo dei mezzi comuni, assodati, accettati e pronti, per allargare il nostro mondo. Incontrarsi, mangiare insieme, chiacchierare senza guardare l’orologio, avevano in sé un desiderio magico, una sete di allargamento, di ritrovare vite e affetti troppo trascurati, di godersi tenerezze dolci e vicinanze care senza l’imbarazzo di doverle riconoscere pubblicamente e cercarle, coperti dal motivo socialmente accettabile che, sai, almeno a Natale…

E non funzionava sempre, neppure prima… ci sono stati per tutti anni in cui dopo le feste ci sentivamo più tristi e più soli di prima, più stanchi e post sbornia di doveri compiuti senza allargamento alcuno. Ma abbiamo comunque cercato ogni anno, nei gesti consueti, la perla preziosa che rispondesse al desiderio di un Natale largo.

Oggi queste coperture non le abbiamo più: dobbiamo decidere da soli come allargare il nostro mondo, senza pudore e imbarazzo, cercare e decidere come e da chi far attraversare il nostro Natale da rendere pieno di spazio e di luce.

Ci viene proposto come un Natale “sobrio”, con una orribile parola politically correct, per dare una vernice eticamente buona alla nostra vergogna di dover dire a noi stessi il nostro desiderio. Tranne poi tradurre la sobrietà in un allargamento degli orari di apertura dei negozi, per salvare l’economia (anche qui, per carità: nessun moralismo, dietro i negozi stanno persone, famiglie, lavoro e necessità di sopravvivenza, letteralmente).

Saranno gli acquisti nei negozi di quartiere per aiutarli a sopravvivere ad allargare il nostro Natale, lo affideremo alle “cose” spedite o consegnate a casa? Saranno pranzi e cene fatte recapitare in delivery e mangiate “insieme” davanti al computer? Sarà una telefonata fatta con più calma e ascoltando di più? Sarà un presepe realizzato con più cura, sentendoci pastore, pecora, angelo o “Benino che dorme” che secondo la tradizione partenopea sogna la nascita che accade nella realtà?

Non so cosa potremo inventare e quanto il pudore o la stanchezza ci faranno dire che non vale la pena, che il Natale è rovinato, che sarà un giorno come gli altri, che ci rifaremo il prossimo Natale… rinunciando così ad allargare il mondo e dunque di fatto stringendolo.

Ma so con certezza solo una cosa: Dio ha allargato il mondo con la nascita di un bimbo, in cui ancora non era visibile niente di quello che sarebbe successo dopo e nessuno avrebbe potuto immaginarlo, ha allargato il mondo in modo impudico sfidando i potenti del momento e incontrando maghi dell’Oriente. Ha talmente allargato il mondo che non ha più smesso da allora di farlo.

Non smetterà neppure in questo Natale strano e diverso dal solito.

Allora possiamo rischiare anche noi: provare a vincere il pudore dei sentimenti e l’inerzia delle mediazioni già pronte, cercare un Natale largo così come potremo inventarlo, in una forma inedita e probabilmente apparentemente irrilevante, come un bambino che crescerà, e che per ora sembra non essere ancora niente.

Ma ritornare all’origine dei nostri desideri di affetto e vicinanza e fare attivamente qualcosa per allargarli sarà una vera nascita.

Ho cominciato con una parola poetica… allo stesso modo vorrei finire, perché chi non sa, come me, prende a prestito parole di altri:

“Non adesso, forse, ma prima o poi arriverà una storia in cui capiremo che ognuna delle nostre ossa è impastata con il sudore di tutti, viene dal pallido freddo in cui un miracolo ha bucato il nulla ed è cominciato il mistero in corso, la vita di ognuno ora così tremante e bisognosa di soccorso.

Non adesso, forse, ma capiremo che non dobbiamo sprecare il tempo che passiamo assieme, il tempo di un sorriso, di una passeggiata. Guardiamoci, parliamoci con bella, commovente serietà. Curiamoci.” (Franco Arminio, La cura dello sguardo, Bompiani, 2020, 45).

 

 

 

 

 

 

Stella Morra

Stella Morra è nata a Fossano (Cn) nel 1956, teologa, insegna alla Pontificia Università Gregoriana; è attiva animatrice de L'Atrio dei Gentili, associazione culturale di Fossano per la mediazione e il dialogo tra la fede e la cultura contemporanea.

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