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UN NUOVO INIZIO PER IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE?

16.05.2020
di Walter Ricciardi

E’ ipotizzabile che la pandemia rappresenti per il nostro Servizio Sanitario Nazionale l’evento che fa segnare un nuovo inizio, un’inversione di tendenza rispetto all’inarrestabile declino avviato negli ultimi dieci anni? Abbiamo molti motivi per sperare di sì.
Nei miei due ultimi libri avevo documentato con inequivocabili dati demografici, epidemiologici, economici ed organizzativo-gestionali l’arrivo di una Tempesta perfetta che avrebbe fatto naufragare il nostro SSN e descritto la vera e propria Battaglia per la salute che avrebbero dovuto ingaggiare i cittadini per curarsi.
La pandemia si è scaraventata sulle debolezze del nostro sistema sanitario ed è stato solo grazie alla resistenza, in molti casi eroica, degli operatori che il peggio è stato evitato.

Il nostro sistema sanitario è arrivato esangue a questa sfida, depauperato di migliaia di medici ed infermieri non sostituiti, di posti letto eliminati, di attrezzature non rinnovate, di organizzazioni sanitarie non adeguatamente gestite, di finanziamenti ridotti al lumicino.
La crisi attuale pone sfide inedite per i sistemi sanitari di tutti i Paesi, anche quelli più avanzati, in particolare per quelli europei, in cui i sistemi di welfare sono molto generosi.
In un contesto in cui, da un lato disoccupazione e povertà faranno aumentare la domanda di servizi sanitari e dall’altro i bilanci pubblici continueranno ad essere limitati in termini di risorse disponibili, gli effetti della crisi sulla salute rischiano di diventare sempre più evidenti col passare del tempo.

Le politiche sociali potrebbero sicuramente attenuare gli effetti negativi sulla salute, limitando i periodi di disoccupazione, fornendo reti di sicurezza per le persone senza lavoro, prevenendo così gli effetti negativi sulla salute dovuti all’essere disoccupato, ma il settore sanitario avrà un ruolo fondamentale nella protezione sociale fornendo un accesso tempestivo ed equo a servizi sanitari efficaci, garantendo anche che le persone non subiscano nuove difficoltà finanziarie a causa dei problemi di salute.

Per vincere questa sfida è però necessario cambiare rotta su una serie di aspetti che hanno caratterizzato la politica sanitaria italiana dal 2001 fino a oggi.
A scanso di equivoci, vale la pena sottolineare che auspicare un cambiamento non vuole certo significare voler tornare indietro al dirigismo centralista precedente agli anni 2000. I vantaggi di una gestione locale più vicina al paziente sono a tutti noti e, quindi, vanno preservati. Al tempo stesso occorre però rivalutare il ruolo di cooperazione e di scambio di esperienze tra regioni e tra centro e regioni che in questi anni è venuto a mancare per vari motivi. In assenza di tali condizioni, in futuro ogni situazione di difficoltà sarà sempre un’emergenza, con il rischio sempre maggiore di rendere il sistema meno sostenibile e la salute dei cittadini più precaria.

La sfida più importante che oggi si possa raccogliere è riuscire a vedere questa crisi come un’opportunità per introdurre riforme del sistema sanitario e, più in generale, del sistema di sicurezza sociale. È noto che più le riforme coinvolgono importanti cambiamenti strutturali, più sono difficili da attuare rispetto - per esempio - a semplici interventi che possano tendere a ridurre i prezzi dei farmaci o introdurre misure di compartecipazione alla spesa. Riforme che incidono in modo strutturale sul sistema richiedono anche investimenti in capitale umano, fisico e finanziario. Occorre “approfittare” della pandemia per cambiare in modo strutturale la sanità in Italia, cercando di introdurre politiche efficaci per prevenire le malattie, rafforzare l’accesso a un’assistenza primaria di qualità e migliorare il coordinamento delle cure, soprattutto per le persone con patologie croniche.

Da un punto di vista di benessere collettivo la strategia ottimale dovrebbe essere quella di disegnare politiche sanitarie che siano “dinamicamente efficienti”, che vuol dire creare oggi le migliori condizioni per operare meglio domani.
In questo contesto il nostro SSN dovrà finalmente sganciarsi dalla prevalente logica “ospedalocentrica” che tanto ha contribuito ad aggravare, soprattutto in alcune regioni, l’impatto dell’epidemia da nuovo coronavirus e, finalmente, articolare il sistema su tre pilastri, tutti fondamentali ed equilibrati tra loro: l’ospedale, la medicina generale, la sanità pubblica territoriale.

Per quanto attiene quest’ultima, l’adozione (oggi) di misure atte a incrementare gli investimenti in prevenzione porterà (domani) a una riduzione del numero di persone da curare. Adottare un tale approccio significherebbe, quindi, anche guardare alla spesa sanitaria (o a una larga parte di essa) più in termini di spesa per investimenti che di parte corrente. Aspettare che i cittadini, in seguito a anni di stili di vita poco salutari (es. eccessivo introito calorico e proteico, malnutrizione, vita sedentaria, alcol, fumo), si ammalino e si rechino in pronto soccorso o in ospedale è una strategia perdente e costosissima. E’ quindi imperativo cambiare la rotta e promuovere politiche incisive di prevenzione e promozione alla salute.

La nuova rotta dovrebbe quindi ambire a riorganizzare il sistema assistenziale e, contemporaneamente, spostare risorse economiche e umane dalla cura delle malattie alla prevenzione.
Il “piano di rifondazione” del SSN dovrebbe così passare almeno attraverso le seguenti azioni:

  1. riorganizzare l’assistenza ospedaliera, anche in riferimento alla creazione di strutture specificamente dedicate all’assistenza di pazienti COVID;
  2. revisionare i rapporti tra medicina generale e SSN in un quadro di maggiore integrazione ed accountability;
  3. realizzare concretamente un piano nazionale della prevenzione;
  4. rimodulare le prestazioni erogate gratuitamente a tutti i cittadini, i cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) secondo rigorosi criteri scientifici e destinare alla spesa privata quelli a basso valore.

Quella postpandemica può essere veramente l’epoca per un nuovo inizio per il nostro Servizio Sanitario Nazionale, purchè però vi sia la volontà politica di farlo.
Non bisognerebbe mai sprecare una crisi, ma farlo stavolta sarebbe veramente imperdonabile.

Walter Ricciardi

Walter Ricciardi è Professore ordinario di Igiene presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Direttore del Dipartimento di Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità Pubblica della Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” IRCCS-Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma. Nel 2015 è stato nominato Presidente dell’Istituto Italiano Superiore di Sanità dove è stato Commissario dal luglio 2014 al luglio 2015. Presidente del Mission Board for Cancer della Commissione europea e Direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, ricopre importanti incarichi scientifici e organizzativi anche per l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Dal 2010 al 2014 è stato Presidente della European Public Health Association e nel 2018 è stato eletto a Ginevra Presidente della World Federation of Public Health Associations (WFPHA). Coordinatore dello Scientific Advisory Board di Human Technopole, ha fondato e dirige la European Academy for Health Care Leaders nell’ambito del WHO Collaborating Centre on Health Policy Governance and Leadership in Europe.

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