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Una piena purificazione della memoria

05.10.2019
di Agostino Giovagnoli

Ha fatto molto discutere un documento approvato il 19 settembre 2019 dal Parlamento europeo sull’Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa. Particolarmente forti sono state le proteste che si sono levate da parte di ambienti ebraici. Il documento è stato presentato come un testo volto a ribadire la condanna del totalitarismo, un obiettivo imprescindibile per fondare il futuro dell’Europa su una memoria condivisa. Non a caso non è il primo sull’argomento approvato in sede europea e presumibilmente non sarà l’ultimo. Ma stavolta si argomenta che, poiché “i crimini del regime nazista sono stati [già] giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga”, vi è oggi “un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”.

Animato da questa intenzione, il documento presenta le responsabilità della Seconda guerra mondiale come principalmente sovietiche. Così lo scoppio della guerra diventa una “diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop” e si sottolinea che poi “l’Unione Sovietica comunista” aggredì la Finlandia, si impadronì di parti della Romania e delle Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia. In nome di tutto ciò, si invita a celebrare ogni 23 agosto – giorno in cui fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop - la “Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari”, mentre il 25 maggio, anniversario dell'esecuzione nel 1948 da parte dei comunisti polacchi del comandante Witold Pilecki, eroe di Auschwitz, dovrebbe essere proclamato "Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo". In realtà, è vero che questo patto ha portato alla spartizione della Polonia – con effetti che tra l’altro durano in parte ancora oggi – e ha rassicurato i tedeschi rafforzandoli nei loro progetti aggressivi, ma non c’è dubbio che la Seconda guerra mondiale guerra sia stata voluta e scatenata dalla Germania hitleriana. L’Urss staliniana ha di certo utilizzato cinicamente la bellicosità tedesca ma sicuramente non avrebbe voluto la guerra totale che ha portato all’invasione della Russia da parte della Germania nel 1941. E se è giusto ricordare l’aggressione sovietica alla Finlandia, alla Romania e alle Repubbliche baltiche perché tacere dell’invasione della Francia e del Belgio, dei bombardamenti della Gran Bretagna e delle altre aggressioni hitleriane?

Queste forzature storiche sono legate al carattere politico del documento. Nel dibattito che ha portato alla sua adozione da parte dell’Europarlamento sono intervenuti ben ventotto oratori – di cui otto polacchi, cinque tedeschi, quattro lituani - di paesi dell’Europa orientale o baltica, centrale o balcanica che hanno subito l’espansionismo dell’Urss (in tutto tredici), contro diciassette degli altri paesi europei (in tutto quindici). Ed è significativo che il documento si concluda impegnando il Presidente del Parlamento europeo a “trasmettere la presente risoluzione […] alla Duma russa e ai parlamenti dei paesi del partenariato orientale”. Si tratta di un testo che riflette anzitutto la sensibilità del gruppo di Visegrad e di altri vicini della Russia di Putin – artefice di una riabilitazione del passato sovietico - che ne temono oggi l’aggressività. Anche se si tratta di preoccupazioni in parte comprensibili, però, le forzature storiche hanno sempre corto respiro e piegare il ricordo delle tragedie a interessi parziali non giova a una memoria condivisa.

Non c’è dubbio che le colpe del totalitarismo sovietico vadano condannate apertamente, senza riserve e senza reticenze. È giusto ricordare e onorare pienamente le sue vittime. Ma occorre evitare una concentrazione unilaterale su tale totalitarismo (come, all’opposto, su quello nazista): comporterebbe, infatti, il rischio di sottovalutare le eredità della cultura nazi-fascista ancora presenti in Europa e altrove. Non è vero, come dice il documento europeo, che il processo di Norimberga ha segnato il definitivo riconoscimento delle responsabilità naziste e la punizione dei colpevoli, come dimostra una discussione vastissima e ancora aperta su tali responsabilità che dura da quasi settantacinque anni. E, anche se fosse vero, non si possono dimenticare la strage di matrice nazista compiuto a Utoya nel 2011, quella di quest’anno in Nuova Zelanda da Brenton Tarrant che si è radicalizzato visitando le memorie del nazismo e ha definito se stesso un eco-fascista, la sorprendete ricomparsa di aggressivi gruppi dichiaratamente fascisti in Italia e così via. Soprattutto, non si può ignorare che l’antisemitismo di matrice fascista è anche oggi molto forte e diffuso. Lo stesso documento europeo esprime giustamente preoccupazione “per il ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza nell’Unione europea” e turbamento per “le notizie di collusione di leader politici, partiti politici e forze dell'ordine con movimenti radicali, razzisti e xenofobi di varia denominazione politica in alcuni Stati membri”. Ecco perché nessuno può negare l’urgenza anche di “sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini” del nazismo insieme a quelli del comunismo, anzitutto per informare ed educare le nuove generazioni, spesso all’oscuro degli effetti devastanti di tutti i totalitarismi di ieri e di oggi. Ai giovani siamo infatti debitori di un superamento delle logiche di parte, di una piena purificazione della memoria, di una sincera condanna di tutte le violenze del XX secolo al di là di riserve mentali, giustificazioni implicite, comparazioni sospette. Hanno infatti diritto alla possibilità di non commettere più gli errori e gli orrori delle generazioni precedenti.

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra l’altro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: "Storia e globalizzazione", Roma-Bari 2003; "Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)", Roma 2005; "Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola", Bologna 2011.

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