Vedere Dio: il presepe di Francesco

Vedere Dio: il presepe di Francesco

16.12.2023
di Nicolangelo D'Acunto

10 dicembre 2023. Il caso o Qualcun altro ha voluto che mi ritrovi a scrivere questo articolo ad Assisi, esattamente ottocento anni dopo il giorno in cui, secondo Tommaso da Celano, Francesco “circa due settimane prima della festa della Natività”, fece una proposta molto particolare a Giovanni, un nobile suo amico: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l'asinello» (Tommaso da Celano, Vita Prima, cap. 30). L’idea non era del tutto originale, se nel 1169 un teologo tedesco, Geroch di Reichersberg, aveva criticato inviperito i sacerdoti che trasformavano le chiese in teatri sia il Venerdì Santo sia a Natale, quando “permettevano che si vedesse per mezzo dell’immaginazione (imaginaliter) la culla di Cristo, i vagiti del Bambino e l’abito della Vergine, la stella fiammeggiante, la strage degli innocenti e il pianto materno di Rachele”. Il progetto di Francesco non era del tutto in linea con la disciplina ecclesiastica a lui coeva. Non per caso Bonaventura da Bagnoregio, rielaborando il testo di Tommaso da Celano avrebbe aggiunto un particolare: affinché il presepio di Greccio “non fosse ascritto a desiderio di novità”, Francesco “chiese ed ottenne prima il permesso del sommo pontefice” (Legenda Maior, cap. X).

Anche in questo caso l’agiografo, attento ad allontanare dal suo santo il sospetto di comportarsi in modo non conforme alla disciplina ecclesiastica, cercava di arrotondare tutti gli spigoli di un’esperienza per molti versi eccezionale nell’accezione etimologica del termine. In realtà Francesco voleva fare esattamente quello che Geroch aveva condannato. Il suo presepio era molto semplice: mancavano Maria e san Giuseppe, che pure gli artisti contemporanei inserivano regolarmente nella scena della Natività; restavano invece la greppia (il presepium appunto), il bue e l’asinello. Di loro i Vangeli canonici non parlano, mentre nella versione greca dei Settanta di Abacuc 3, 2 e in alcune sue traduzioni latine si legge “in mezzo a due animali Tu ti manifesterai”. L’individuazione dei due animali viene invece fatta risalire a Isaia 1, 3: “il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone”, passo commentato a più riprese dai Padri della Chiesa.

Molto probabilmente di tutto questo Francesco sapeva assai poco e le sue conoscenze risalivano alla lettura dei Vangeli e all’osservazione dell’iconografia della Natività. La sua era una teologia semplice. Egli voleva “in qualche modo vedere con gli occhi del corpo” i disagi del Bambino Gesù adagiato in una mangiatoia. Insomma: ancora una volta egli voleva vedere il Signore. Su questo suo desiderio negli scritti egli torna con tambureggiante insistenza, in particolare nel Testamento, che più e meglio ne illustra l’itinerario di conversione e la proposta cristiana, rivolta prima di tutto ai suoi fratres, i suoi fratelli: «E non voglio considerare in loro [nei sacerdoti, n.d.A.] il peccato, poiché in essi ioriconosco [in latino discerno] il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri». Negli scritti di Francesco l’Eucaristia assume una centralità assoluta e di gran lunga maggiore di tutti gli altri temi che saremmo tentati di considerare a prima vista più importanti nella sua riflessione. L’Eucaristia consente a Francesco di stabilire attraverso i sensi e in particolare attraverso la vista un rapporto immediato con il Cristo vivo e presente. Lo stretto legame esistente tra il Presepe di Greccio e l’Eucaristia è certificato dal seguito del capitolo 30 della Vita Prima di Tommaso da Celano: “Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l'asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme … Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima”.

Francesco, rivestito dei paramenti diaconali, canta il Vangelo e poi predica al popolo. “Spesso – continua l’agiografo – quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme», e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole”. Dopo la vista il gusto. Francesco ha un’esperienza tutta corporea, quasi infantile, del Dio che si è fatto Bambino. Lo stesso Celanese altrove dirà che a Greccio a sua volta Francesco “si era fatto bambino con il Bambino” (Vita Secunda, cap. VII).

A ben vedere, tuttavia, fino a questo momento Gesù Bambino non è ancora apparso sulla scena. Si è parlato della greppia, del bue e dell’asino, a riprova ulteriore della difficoltà creata dalla commistione tra la celebrazione eucaristica e la rappresentazione della Natività. Solo alla fine del capitolo il Bambino Gesù appare ma in una visione avuta da uno dei presenti: “Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti”. L’interpretazione del miracolo non riesce a nascondere le esitazioni dell’agiografo. Francesco con il suo desiderio di vedere Dio e di farlo sentire vivo e vicino esprimeva una novità dirompente e perfino incomprensibile agli occhi degli uomini del suo tempo che pure ne erano affascinati.

Nicolangelo D’Acunto

Nicolangelo D’Acunto è professore di Storia medievale all’Università Cattolica di Milano. Dirige il Centro di Studi sugli Insediamenti Monastici Europei (CESIME) dell'Università Cattolica e presiede il Comitato Scientifico delle Settimane Internazionali di Studi Medievali della Mendola.

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