Vent’anni di Facebook

Vent’anni di Facebook

10.02.2024

di Elisabetta Locatelli e Nicoletta Vittadini

Nel 2024 Facebook compie vent’anni. Da quando, nel 2004, ha fatto la sua comparsa come strumento per fare amicizia tra le aule e i corridoi di Harvard, Facebook è cambiato. Si è trasformato in sintonia con i comportamenti dei suoi utenti e con l’evoluzione delle altre piattaforme che nel frattempo sono nate.

Quel primo Facebook, fatto di profili in cui gli studenti (e poi utenti di tutto il mondo) hanno condiviso foto e interessi, non esiste più. E anche l’espressione social network è da tempo desueta.

Per lungo tempo, però, è stato il mezzo che ha rappresentato e sostenuto il passaggio a una società performativa. I social network ci hanno offerto un palcoscenico su cui raccontare la nostra vita, in cui imparare (non senza inciampi) a rappresentare noi stessi agli altri. Rappresentare (la perfomance) è diventata una parola chiave della società contemporanea. Il tessuto di reazioni in cui viviamo si è fatto più fitto e interconnesso, il nostro racconto identitario più riflessivo, a tratti consapevole. Di contro, ci ha fatto conoscere la pressione alla performance costante (scrivi, pubblica, racconta) e ci ha esposti allo sguardo non sempre benevolo dell’altro. Ci ha fatto super-valutare le relazioni che la sociologia definisce “deboli” (quelle che una volta si definivano “semplici conoscenze” o legami virtuali) a cui abbiamo dedicato sempre più tempo.

Facebook però negli anni è cambiato, oggi non è più un social network. Con gli anni molti tipi di soggetti lo hanno occupato con le loro performance: aziende, media, istituzioni, uomini e donne della politica e molto altro. Gli utenti hanno cominciato sottoporre la piattaforma a quelli che, la sociologia definisce, “usi non sociali dei social media” per esempio informarsi, imparare, divertirsi.

Quelli che chiamiamo nel linguaggio comune “social” oggi sono social media: piattaforme di informazione, apprendimento, intrattenimento, in cui comunicano soggetti a diverso statuto. Facebook appartiene a un’azienda (Meta) che oggi è indicata tra le Big Five: le cinque piattaforme infrastrutturali che governano la circolazione dei contenuti (e non solo) nella società contemporanea. Le altre sono Google, Apple, Microsoft e Amazon.

Oggi Facebook è una delle piattaforme che rappresentano e sostengono il passaggio a una cultura algoritmica. I social media ci offrono contenuti selezionati per noi da algoritmi che ci coccolano, accondiscendono ai nostri gusti e interessi, ci promettono una comfort zone in cui le dissonanze cognitive sono ridotte al minimo. I post e le storie che ci vengono presentati ci restituiscono i temi e i racconti che abbiamo preferito nella nostra storia di utenti di Facebook e, accanto a questi, quelli più popolari o quelli sponsorizzati da aziende, istituzioni e media. Ci siamo fatti, però, meno disponibili a dialogare con altri, che ci sembrano sempre più lontani; più pigri nell’andare a cercare racconti dissonanti rispetto a quelli che ci sembrano più probabili; più disponibili a credere a informazioni verosimili, ma magari non propriamente vere, purché confermino il nostro pensiero. La società algoritmica ci appare oggi una società frammentata e polarizzata, in cui le opinioni e le posizioni tendono più a scontrarsi che a incontrarsi. Facebook, con i suoi due miliardi di utenti attivi nel mondo e i suoi ventotto milioni di italiani è certamente uno dei media che caratterizzano la società algoritmica. Ormai non rappresenta più la novità, non è la piattaforma dei giovani, ma indubbiamente, c’è.

Ci si può quindi chiedere: chi lo utilizza oggi? E perché? La risposta è meno scontata di quello che ci si potrebbe aspettare. Facebook è, infatti, utilizzato prevalentemente da pubblici con un’età superiore ai 35 anni, ma non è del tutto ignorato dai più giovani che comunque mantengono attive le proprie credenziali (create magari quando erano alla scuola superiore) per poter accedere a siti web e altre piattaforme (il cosiddetto social login).

Fra gli utilizzi più diffusi si può citare la partecipazione ai gruppi Facebook, spazi pubblici o privati in cui gli utenti (anche privi di una connessione diretta fra loro) possono ritrovarsi per discutere di temi specifici, reperire informazioni, condividere una passione, trovare supporto emotivo. Non si tratta di una novità: i gruppi Facebook sono eredi della tradizione che risale alle BBS degli anni Settanta e Ottanta (celebri perché studiate da Howard Rheingold come prime comunità virtuali) e poi dei forum. Sono spazi in cui gli utenti si autogovernano, definendo delle regole precise di ingaggio (la cosiddetta netiquette) che consente al gruppo di persistere nel tempo. Possono essere legati a passioni, fandom, fasi di vita, esperienze personali (cantanti, attori, generi cinematografici, appartenenza a comunità locali, genitorialità, condizioni di salute, viaggi, tecnologia sono alcuni fra i tanti temi motivo di aggregazione e oggetto di discussione). Diversi studi hanno mostrato che i gruppi Facebook sono canali utilizzati anche per diffondere in modo coordinato disinformazione, tanto che la piattaforma stessa ha provato a introdurre meccanismi di moderazione che hanno però una grande complessità. Uno dei nodi che Facebook si trova ad affrontare è, infatti, la regolamentazione di uno spazio pensato sulla base di norme statunitensi, dove ha la sua sede principale, ma che ospita utenti di tutto il mondo che condividono culture, normative, leggi anche molto differenti.

Non solo Facebook è cambiato e ha fatto cambiare diversi settori: il modo in cui circolano e di conseguenza vengono prodotte le notizie, come le aziende fanno pubblicità e comunicano, solo per fare due esempi. Continua ancora a dettare tendenza: si giustificano così l’investimento sul Metaverso, sulla realtà aumentata con l’introduzione di Oculus, il Marketplace per l’e-commerce fra utenti, e la recente app Threads pensata per intercettare gli utenti insoddisfatti della trasformazione di Twitter in X.

Lungi dall’essere obsoleto, Facebook mantiene quindi la sua centralità nell’ecosistema delle piattaforme, dove ha saputo individuare la sua nicchia adattandosi nel tempo per resistere alla competizione dei numerosi concorrenti.

di Elisabetta Locatelli e Nicoletta Vittadini

Elisabetta Locatelli è docente a contratto di Media e reti sociali e Digital Media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore; è coordinatrice didattica del Master in Digital Communications Specialist e del Master in Comunicazione Sanitaria, attivati presso lo stesso ateneo.

Nicoletta Vittadini è professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. È direttore del Master in Digital Communications Specialist e vice-direttore del Master in Giornalismo.

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