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VERITÀ ED ETICA? NO, REALTÀ E TESTIMONIANZA

10.10.2020
di Domenico Quirico

Un errore, subito: madornale. L’uso illegittimo di una parola applicata alla categoria del giornalismo: VERITÀ. Arranchiamo in un’epoca in cui la corporazione dei giornalisti sembra aver contratto l’abitudine al piagnisteo, a gemere sullo stato della professione, a diffondere diagnosi lamentose e inconcludenti sulla sopravvivenza, anche a tempo prossimo, dei giornali, a predire catastrofi personali e imprenditoriali. Ecco immancabile che spunta l’eterno sostantivo: verità, bisogna praticare il giornalismo della verità. Che sottintende: noi, i giornalisti, ne siamo i devoti apostoli. Alla ingombrante parolona ne appiccicano subito un’altra. Per salvare la marcescente baracca e salire sull’arca occorre dedicarsi al “giornalismo etico’’: nientemeno!

Pericolosissima ventura affondare le mani, imprudentemente, nel vocabolario dei preti, dei profeti, degli esploratori di anime. Invocare la verità al singolare, quando si impugna la penna, è già peccato mortale: non esiste, quando si racconta umilmente la Storia e si naviga nell’infiammabile, alcuna verità al singolare. Quella, l’unica, la possono invocare, beati, coloro che devono temperare la solitudine umana e rinsaldare gli animi. E talora, come ben si vede se viaggiamo lo scoramento della nostra epoca di fanatismi, esagerano pure loro.

La verità al singolare, ahimè, è il fertile giornalismo dei minculpop e dei turiferari di Iosif Vissarionovic. Agli artigiani come noi di labili narrazioni su pezzi di carta, palpabili o online, è prudente praticare un’obbligatoria intimità con un’altra parola: la realtà.

Noi raccontiamo, fin dove è possibile arrivare fisicamente, quello che abbiamo visto accadere attorno a noi, ovvero il reale. E solo quello. È la fraternità giornalistica dell’essere lì, della condivisione. La clausola obbligatoria che sono fatti di cui possiamo dare personale, antropologica esperienza ci mette al riparo da qualsiasi possibile accusa di mentire, di inventare, di dire le bugie.

Confesso che le lagne sul giornalismo moribondo mi infastidiscono. Le lamentele son sempre le stesse: i lettori imbizzarriti che (chissà perché!) procedono a lesti passi verso l’analfabetismo digitale; gli editori che vogliono accumular palanche, i reportage da antologia che avrebbero cambiato il mondo ma che non hai potuto scrivere «perché non mandano più in giro nessuno», il gulag delle redazioni, la corvée delle agenzie e del copia blocco (che però poi si firmano…). Uffa.

Mentre i turiferari della ‘’verità’’ mugugnano, altri, senza il pezzo di carta l’iscrizione l’ordine il sindacato il comitato di redazione, il giornalismo, onesto, spesso ottimo, lo fanno. Quando scoppia una guerra una rivoluzione una carestia eccoli lì, presenti con l’ateismo della macchina fotografica o del taccuino, dove c’è la distruzione di un uomo da parte di un altro uomo, latrocini e scelleratezze a non finire, malefici di ogni tipo, tutto volge al peggio, omnia in deterius ire. Non perdono di vista la grandezza e le voci di quanto ci viene come testimoni elargito. Si respira con i loro racconti della realtà, spazzano via come un vento riparatore. Dove mai dovremmo essere se non lì? Il resto è roba. Giornalisti che non hanno VERITÀ da svendere come pentole. Ma che se gli dici «coraggio!», possono risponderti: «ce l’ho».

Intanto gli altri, senza vedere, senza muoversi dalla poltrona di redazione, hanno già scritto editoriali analisi vaticini come l’antro della Sibilla. Sanno come andrà a finire, loro; hanno già capito tutto, loro. Il giornalismo della realtà lo hanno ammazzato gli editoriali di gente che non ha mai visto niente se non gli uffici stampa di tutte le retrovie, gli «embedded» di tutti i comandi supremi, militari politici culturali economici, di un giornalismo segatura. E che poi diventano direttori. Prima o poi. La definizione perfetta del giornalismo dovremmo darla noi e non la Corte di cassazione.

Abbiamo lasciato invecchiare le parole, il nostro strumento di lavoro. Purtroppo. C’è nel giornalismo chi ha tradito e chi si è fossilizzato. E non è detto che la colpa dei secondi sia meno grave e abbia diritto a riconoscere circostanze attenuanti. Perché, di verità in verità, eccoci qua con una sola cosa che abbiamo conservato, la nostra impotenza.

Abbiamo abituato il lettore alla razione quotidiana di segatura e alla fine, giustamente, ne è disgustato. Il giornalismo di inchiesta si è ridotto alle intercettazioni sbirresche passate da qualche magistrato mediocre che cerca pubblicità e magari un posto nella prossima riunione all’hotel dove gozzovigliano i vari Palamara. L’assuefazione al niente, che non tiene neppure 24 ore. Forniamo la camomilla delle belle storie, del tutto andrà bene. I creatori di brutte storie, indigeni e oltreconfine, ringraziano.

Reimpariamo, subito, qualcosa che abbiamo smarrito, a usare le parole come munizioni. A che altro servono? Significa rivoluzionario, scavalcamontagne, suscitatore. Cerchiamo di ritrovare, se ne siamo capaci, il tempo della rabbia, del desiderio insaziato, della distruzione.

Domenico Quirico

Domenico Quirico (1951) è giornalista del quotidiano «La Stampa». Come inviato, ha raccontato le vicende africane degli ultimi vent'anni e le primavere arabe. In Siria è stato sequestrato da formazioni islamiste per cinque mesi. A questa drammatica vicenda ha dedicato il libro Il paese del male. 152 giorni in ostaggio in Siria (2013); altri libri nascono dalla sua esperienza giornalistica ‘sul campo’: Primavera araba. Le rivoluzioni dall’altra parte del mare (2011), Il grande califfato (2015), Esodo. Storia del nuovo millennio (2016).

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