Contro bolle e profitto ecco la finanza islamica

Contro bolle e profitto ecco la finanza islamica

08.10.2013
VITA E PENSIERO - 2013 - 4
VITA E PENSIERO - 2013 - 4
autori: Autori vari
formato: Fascicolo digitale
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L’economia proposta dal Profeta era giustificata non su basi economiche ma su un piano morale, perciò virtuosa. Una lezione per l’Occidente, ove i debiti non vengono più visti come un obbligo da ottemperare ma un asset su cui fare affari.

Ognuno di noi ha una sua opinione su cosa si dovrebbe fare per raddrizzare la nostra spaventosa situazione economica. Un’idea? Perché non ascoltare Maometto? È vero, il Profeta non aveva un retroterra da economista né poteva collegarsi a talk show dedicati alla finanza. I tempi sono cambiati dal VII secolo. Ma Maometto conosceva un paio di cose sulla natura umana che non sono per nulla cambiate. Un versetto del Corano dice: «O voi che credete, non divorate vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non uccidetevi da voi stessi» (4,29). Questo è uno dei versetti e haddith interpretati come proibizione dell’interesse, delle assicurazioni e del commercio sui debiti. Il Profeta era rimasto sconvolto dalla vendita e dall’acquisto di cose non reali, specialmente quando le persone cercavano di non rispettare il volere di Dio vendendo quello che non possedevano o quello per cui non sarebbe mai stato chiesto loro conto. La legge islamica tradizionale perciò proibisce molte delle strategie commerciali che noi diamo per acquisite: per esempio, la responsabilità limitata, che permette alle persone di sfuggire alle conseguenze di ciò che fanno indossando una maschera aziendale.
Certamente un’economia senza interessi, assicurazioni, responsabilità limitata o commercio sul debito sarebbe una cosa molto differente dall’economia mondiale di oggi. Sarebbe molto lenta, ristretta e, in paragone, impoverita. Ma non è questo il punto: l’economia proposta dal Profeta era giustificata non su basi economiche, ma su un piano morale; era un’economia virtuosa. E non si trattava del desiderio di un’economia morale confinata al solo islam. Anche nel mondo dell’ultimo dopoguerra nel quale io sono cresciuto, la vita economica è stata circoscritta da editti di carattere morale.
Per molti anni dopo la Seconda guerra mondiale una cosa chiamata “capitalismo” è stata guardata con grande sospetto dalle élite europee e anche da larghi strati della popolazione. Capitalismo significava “avidità”, “profitto” e “sfruttamento”. Gli affari privati venivano visti come un attacco al sistema pubblico, o almeno morale, e nell’Inghilterra delle industrie nazionalizzate e degli imponenti progetti statali non era raro che il “motivo del profitto” evocasse una certa ripugnanza.
Poi venne la rivoluzione thatcheriana. Abbiamo vissuto quella che è stata, vedendola retrospettivamente, una radicale trasformazione nel mondo delle idee e anche nella politica quotidiana. Molto in fretta il sistema che veniva condannato come “capitalismo” iniziò a essere lodato come “il mercato”. L’economia, ci venne detto, non riguardava lo sfruttamento, ma la libertà. Il mercato non era solo una necessità sociale, ma anche qualcosa di moralmente buono. Perciò era il mercato ciò con cui ogni persona doveva avere a che fare, apertamente e onestamente, per il beneficio di tutti. Esso offriva libertà e chiedeva come suo prezzo la responsabilità. Lo Stato non era più il guardiano del bene comune, ma il grande intruso, la clausola condizionale di tutti i nostri contratti, il ladro che prendeva i guadagni degli onesti lavoratori e li distribuiva ai suoi viziati clienti. Dopo i cupi anni del socialismo puritano, questa nuova moralità era indubbiamente liberante. Ma liberava sia cose buone sia cose cattive, e non ha mai fatto i conti con la verità che era stata segnalata da Maometto, ovvero che, in un’economia di finzione, nessuno può essere chiamato a render conto.
Non so se le “bolle” che abbiamo visto di recente fossero necessarie per il commercio immobiliare. Io ho il sospetto che lo siano, e che la ricerca di regole che dovrebbero prevenirle sia un uso futile di denaro pubblico e di energia politica. Nessuno può giocare con la vita delle persone e diventare ricco trasformando in rifiuti i pochi risparmi degli altri. Ma le cose non migliorano quando lo Stato vi mette becco. La premessa originaria dell’interferenza statale è che lo Stato e i suoi clienti vengono prima. La principale preoccupazione della classe politica è di assicurare che coloro i quali dipendono da essa per una vita facile – i burocrati e i loro clienti – vengano debitamente foraggiati, con un fondo di riserva per comprare il favore degli scontenti. Il commercio in un mercato irreale procede così.
La norma europea, nella quale la parte maggioritaria dell’economia è controllata dallo Stato, rappresenta una sorta di posizione debole per le moderne democrazie e appunto verso quella stanno or ora andando anche gli Stati Uniti, sebbene per lungo tempo abbiano costituito un’eccezione. Tasse alte per tutti coloro che lavorano duramente, che prendono rischi e permettono all’economia di funzionare, e un atteggiamento libero verso tutti quelli i cui voti si possono facilmente comprare: questa è la tendenza degli Stati democratici. Nessuno in Grecia o in Portogallo ne ha mai dubitato e solo un barlume di residuo di etica del lavoro protestante non ha distratto i tedeschi dalla verità nei confronti della quale essi non hanno realmente dei titoli per lamentarsi nel momento in cui la classe politica greca cerca di trasferire il costo dei prestiti che riceve, un costo insolubile, sui contribuenti tedeschi, i quali invece potrebbero rifondere quel prestito. Questo infatti è ciò che significa la democrazia sociale, e la socialdemocrazia è stato il prodotto da esportazione più grande della Germania postbellica.
Vari economisti hanno scritto articoli tecnici molto dotti per spiegare come è sorta l’attuale crisi del debito e come si potrebbe gestirla. La teoria di rifinanziare e rendere sovrano il debito ha riempito un volume di grafi ci e statistiche. Ma questo non dovrebbe renderci ciechi rispetto alla verità che il Profeta ci ha mostrato, ovvero che vi è un altro modo, più vero, di percepire questi problemi: la strada del giudizio morale. Se prendiamo a prestito del denaro, siamo obbligati a rifonderlo. E dovremmo rifonderlo guadagnando la somma richiesta, non prendendone a prestito ancora, e ancora, e ancora. Per alcune ragioni, quando questo capita a degli Stati e ai loro clienti, queste elementari regole morali vengono dimenticate. Si potrebbe dire che in questo caso vi è uno iato tra la sapienza morale e quella economica. Non ne sono convinto. Mi sembra che il senso morale sia emerso negli esseri umani precisamente perché esso, a lungo andare, va a loro vantaggio. Sono i fatti che mettono un freno a comportamenti spericolati, che causano il costo degli errori per chi li commette, e che espellono dal giro chi bara.
Essere puniti è una cosa che ferisce, ed è naturale che gli Stati che agiscono male cerchino di evitare la punizione. E siccome nel sistema attuale essi possono molto facilmente trasferire a noi le loro ferite, noi chiudiamo un occhio sul loro comportamento. Ma penso che nel migliore dei casi il risultato sia un vantaggio economico di breve durata e che i costi a lungo termine saranno molto più grandi. Per quel che abbiamo visto, in Europa e in America, questa situazione causa una “demoralizzazione” economica. I debiti non vengono più visti come un obbligo da ottemperare ma un asset su cui fare affari. E il loro costo sta per passare ai nostri figli, per i quali noi cerchiamo protezione e che giustamente ci disprezzeranno per aver passato i nostri debiti sulle loro spalle.

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Roberto Pertici

 

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