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Dove poggio la testa: io emigrante e scrittore

21.10.2019

A trent’anni ha deciso di abbandonare Napoli e trasferirsi a Londra: lì ha trovato lavoro e ha completato il suo primo romanzo. Qui racconta cosa significa lasciare la propria patria e la propria città, come è capitato a tantissimi giovani italiani.

di Alessio Forgione

Quando ancora vivevo a Napoli, in Italia, ed ero alla ricerca di un futuro, e cioè di un lavoro, quello che più mi spaventava non era l’eventualità di non riuscire a trovarlo, ma di trovarlo, cominciare la mia vita adulta, fare il carico delle innumerevoli responsabilità che comporta, una casa, magari dei figli, perché no, e poi di perderlo.
Mi chiedevo: ma se oggi è così difficile, ora che ho trent’anni, quanto diventerà impossibile quando ne avrò quaranta quarantacinque cinquanta? Chi crederà in me?
In più, mi tormentava moltissimo l’idea di non riuscire a badare a me stesso. Cioè, che tutte le azioni compiute nella mia vita, fino a quel momento, i miei studi, le mie altre esperienze lavorative e la mia persona in generale non fossero abbastanza per produrre un reddito qualsiasi.
Il risultato era un sentirsi tagliati fuori, in balìa degli eventi, inadeguati a partecipare al banchetto della vita. Nel mio caso ero così schiacciato dalla reiterazione del mio stesso malcontento da non riuscire nemmeno a considerare l’idea di andar via.
Venni svegliato dalla persona con cui stavo, ch’era molto più vitale di me. Diedi sei mesi di tempo all’Italia; sei mesi in cui avrei mandato curriculum e al termine dei quali me ne sarei semplicemente andato.

È accaduto il 5 maggio del 2017. Scelsi quella data, il 5 maggio, perché mi sentivo sconfitto e perché quella poesia parla anche dell’esser battuti. Ma era solo un tentativo, il mio, e nulla più. Perché non pensavo che sarei riuscito davvero a rinunciare a Napoli e perché, mentre lanciavo curriculum contro il mondo, sempre a Napoli, scrivevo un romanzo che parlava esattamente di quel mio momento, più come una forma di telecronaca che un diario. Non avevo il cuore di finirlo lì e venni a Londra. Presi una brutta camera in una brutta casa situata in un brutto quartiere. Mi diedi tre mesi di tempo: lo finii in tre giorni. Dieci giorni dopo trovai anche un lavoro e al termine di quei tre mesi non sono tornato, non perché non lo desiderassi, ma perché sapevo che una volta atterrato, a casa, ad aspettarmi, ci sarebbero state le stesse cose di prima e che non sarei sopravvissuto.
Sono rimasto, quindi, e quella scelta/non-scelta ha comportato l’inizio e la fine di tante cose. Inoltre, sono diventato un emigrante e ogni giorno mi rendo conto ch’è un processo in divenire, che non si arresta, e che ogni nuovo giorno comporta una nuova dose di abbandono, un distacco ch’è tanto doloroso quanto eccitante, perché emigrare è eccitante, non nel senso di bello, ma all’interno di quella sensazione che testimonia la riscrittura che facciamo delle nostre persone, costantemente, senza nemmeno accorgercene.
Emigrare, per certi versi, è un vizio: un piacere non proprio salutare ma che ripeti proprio perché sai che un po’ fa male. Mi viene in mente, a prova di quanto ho appena detto, per esempio, lo spasmodico e incessante vagare di Céline/Bardamu in Viaggio al termine della notte; questo muoversi da un continente all’altro senza capire davvero quello che si sta facendo ma continuando a inseguire questa sagoma che hai intravisto, per un istante, una volta, e in più c’è tutta quella voglia di scappare, soprattutto da se stessi. E mi viene in mente anche Look homeward, Angel di Thomas Wolfe, che alla morte del padre scrive che egli lasciò al mondo cinque bambini, un mutuo e «a passionate and obscure hunger for voyages», ereditata poi dal secondo figlio, Oliver, che si muove, si ferma e si muove ancora e quindi «resumed his aimless drift along the continent».

Ecco, se penso a me stesso riferendomi a queste due storie, mi dico che emigrante non lo sono nato, perché sono partito con la consapevolezza di voler tornare a casa, ma che lo sono diventato, per necessità, e perché ho provato e mi sono fatto prendere al lazo dal vizio ed è il vizio che vedo come tratto comune tra i miei amici o comunque tra tutti gli altri emigranti provenienti da un qualsiasi Stato europeo. Vizio testimoniato dal fatto che, alla domanda riguardante i motivi del loro vivere in un posto molto diverso da quello in cui sono nate e cresciute, nessuna di queste persone risponde in maniera netta, precisa, puntuale. Si ricevono per lo più frasi fumose e inconsistenti.
Io, agli inizi, rispondevo con la storia del lavoro, della laurea e così via. Ora, invece, me ne esco dicendo che in Italia mi annoiavo e questa non è insincerità o voglia di nascondersi, ma il vizio che si fa largo e reclama il suo spazio, perché poi chiudo confessando che ora mi annoio anche qui, a Londra.
Quando parliamo e quando ci sento parlare, io e miei amici, ci diciamo sempre le stesse cose. Non pensiamo a tornare indietro, ma ad andare avanti. Magari anche a tornare indietro, ma muovendoci sempre verso un futuro che, seppur ancora ipotetico, da qualche parte esiste di certo.
Emigrare è, più di tutto, questo: lasciarsi un margine di ottimismo. Pensare che, per quanto la situazione di partenza e quella attuale siano brutte, stringenti o scomode, ci siano sempre delle possibilità da cogliere e così facendo si diventa delle navi enormi e senza motori, che si muovono assecondando le correnti, il vento e le onde. Si diventa pesanti, leggeri e spostabili allo stesso tempo. Si cambia la propria cultura, la propria esistenza e di conseguenza il proprio linguaggio, a passi incerti su questo ponte che collega chi sei stato con chi sei e chi diventerai.
La persona che sono in questo momento non è esattamente uguale alla persona ch’è partita, perché andare via mi ha dato la possibilità di capire chi sono, di svuotare la mia vita di tutte le sovrastrutture che le avevo messo intorno, come confini o come ostacoli protettivi.

Alessio Forgione

 
Dove poggio la testa: io emigrante e scrittore
autore: Alessio Forgione
formato: Articolo
A trent’anni ha deciso di abbandonare Napoli e trasferirsi a Londra: lì ha trovato lavoro e ha completato il suo primo romanzo. Qui racconta cosa significa lasciare la propria patria e la propria città, come è capitato a tantissimi giovani italiani...
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